Disclaimer: ogni personaggio qui trattato o menzionato è proprietà esclusiva dell'autrice, Natsuki Takaya. Nessuna violazione del copyright è pertanto intesa. Questa fanfictions non è stata scritta a fini lucrativi, ma con l'unico scopo di dilettare gli utenti. Spero che sia apprezzata, ed il frutto del mio lavoro rispettato.

Crucify my love

by Kyio

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Chapter 1

 

Rimasi ad osservare senza fretta un gruppo di nubi in avvicinamento. Dalla velocità con cui si muovevano, e dall'intensità del vento che s'era appena alzato, si poteva avvertire con facilità l'appressamento di un temporale coi fiocchi. 

Sapevo di non avere un ombrello con me, ma non riuscivo a farmene una colpa; il meteo aveva annunciato un pomeriggio sereno e soleggiato, e quindi avrei potuto rimproverare a me stesso soltanto la poca previdenza di quella mattina, mentre le nuvole si addensavano a dispetto delle previsioni.

Pensai distrattamente alla tempesta come il perfetto connubio alla mia giornata, oltre che al mio umore. Ed entrambi erano pessimi. Ero solo, e per una volta non mi dispiaceva affatto. Sfogare la mia frustrazione, la mia rabbia, ed il mio avvilimento davanti a qualcuno, in quell'istante era completamente fuori discussione.

Lanciai più di un'occhiata agli studenti che si ammassavano all'uscita della scuola, chiacchierando allegramente, ed udii distintamente persino un paio di "Kyo!" nella mia direzione, ma finsi indifferenza. Anche se non ero in grado di battere Yuki, quel giorno ero più velenoso di un cobra, e non sarebbe stato di buon auspicio per nessuno avvicinarmi.

Ad essere sincero, non avrei potuto dire che la giornata era andata male. Due test, di cui uno orale, andati piuttosto bene, persino meglio di lui, un bentoo delizioso da parte di Tohru, una partita di basket vittoriosa.. no, nell'insieme quel tempo era stato ben impiegato, e soprattutto, era stato gratificante. Se c'é qualcosa che non ho mai sopportato, è la sensazione di perdere tempo, forse perché ho avuto solo diciotto anni a disposizione per vivere all'esterno, ma comunque, non aveva poi importanza. Ogni gatto della Juunishi è sempre stato rinchiuso dai diciotto anni alla morte, perché avrei dovuto ribellarmi?

Non era che avessi molto da perdere, in ogni caso.

C'era qualcosa che continuava a scivolarmi dalle dita, comunque. Qualcosa che sembrava non fossi in grado di realizzare, e per qualche motivo, questo mi faceva imbestialire. 

Era tutto cominciato notti fa. Sognavo come un pazzo tutta la nottata, incubi di cui non riuscivo a capacitarmi, non avendoli  fatti più da molto tempo, e di cui per di più non ricordavo nulla, se non quella sgradevole, appiccicosa sensazione attaccata sul fondo delle mie viscere.

Mi svegliavo poi con una tremenda sensazione di nausea, ma l'avevo sempre ignorata a causa della rabbia furiosa che sembrava fosse nata insieme a quegli incubi. E per la verità, mi sembrava d'esser tornato indietro nel tempo, prima di Tohru, prima delle arti marziali, persino prima di Kazuma-sensei.

Era una sorta di sensazione collosa, nera, che mi trascinavo dietro ovunque andassi, ogni giornata dopo quegli incubi. Non li ricordavo, e non me ne importava poi molto, visto che non avevo motivi per collegarli al mio umore, e forse nemmeno mi dispiaceva troppo vivere in quel modo. Era diventata una sorta di girandola vorticosa di ore e cose da fare, in cui non avevo un solo pensiero per la mia maledizione o per Yuki. E l'energia che ne derivava, era meravigliosa, semplicemente meravigliosa. Ero attivo, mai stanco, dormivo poco e nulla riusciva a raggiungermi. 

Però, mi sentivo lo stesso di allora. Esausto e furibondo. Talmente furente che avrei volentieri disintegrato la razza umana senza esclusioni. Nonostante non avessi tempo per pensare, sentivo costantemente il pungolo della mia coscienza che posticipava il rendiconto che avrei dovuto fare a me stesso, una volta uscito da quella situazione. Comunque, non mi sarei stupito poi molto, se quell'energia si fosse improvvisamente disoolta com'era venuta; non ero il tipo da preoccuparmi per una cosa di quel genere, semplicemente attribuii quell'energia al frutto dei miei recenti allenamenti, e la misi da parte. 

Ora, però, continuava da diverso tempo, e persino Yuki evitava di starmi vicino più di quanto dovesse. Normalmente non mi sarebbe dispiaciuto, ma diventava sempre più sospettoso man mano che il tempo passava, e mi chiedevo quando e come quell'energia si sarebbe esaurita. Pensare non era comunque una delle mie prerogative, non troppo almeno, e quindi decisi che l'avrei utilizzata al massimo, e che avrei tentato di non arrabbiarmi qualora se ne fosse andata. Non sarebbe successo, vero?

Speravo si trattasse dei miei allenamenti. Lo speravo con tutte le mie forze, perché era splendida e mi faceva sentire forte, invulnerabile. Indifferente ad ogni problema o persona mi avesse influenzato prima. Ed era tutto ciò che desideravo.

Ciò che non riuscivo a capire, oltre al motivo, era il perché tutto stesse accadendo in quel momento. Dopo che Tohru aveva assistito alla forma più reale del gatto, mi sentivo accettato, complessivamente sereno. Non del tutto, poiché comunque Yuki non aveva cessato di tormentarmi, notte e giorno, e mai l'avrebbe fatto. Ma stavo meglio. Dunque, perché in quel momento?

Quel giorno, quindi, decisi di ignorare completamente sia le domande che mi vorticavano in testa, sia tutto il resto. Un bagno caldo era tutto ciò di cui avevo bisogno. Non c'era nulla che potesse turbarmi.

 Mi sentivo svenire tanta era l'energia che l'ira aveva condensato dentro di me; apparentemente i risultati erano stati ottimi, visto il voto nei due compiti in classe e la partita vincente, ma sapevo che non sarebbe durata. Sentivo i primi sintomi della depressione farsi strada nel profondo, nel buio della mia coscienza, e sapevo che questa volta Tohru non mi avrebbe salvato, né aiutato a stare meglio.

In quel momento, mentre ero perso in pensieri più o meno scuri, Yuki apparve dal cancello e mi si affiancò, imitandomi quando cominciai a camminare. 

Il suo mutismo non era affatto anormale, e per la verità mi era indifferente. Desideravo andare a casa, ficcarmi in una vasca di acqua bollente, chiudere gli occhi e dimenticare il mondo. 

Era insolito che Yuki si avviasse con me verso casa. Normalmente, eravamo sempre accompagnati da Tohru, mai da soli, e nei tre giorni alla settimana in cui andava a lavorare subito dopo le lezioni, Yuki rimaneva a scuola più a lungo di proposito, evitando così facilmente di dovermi affiancare. Aveva sempre affermato di approfittare del tempo rimastogli prima di passarla a prendere dal lavoro aiutando il comitato studentesco, ma sapevo in gran parte fosse colpa mia. Non poteva sopportare di avermi vicino, e per molto tempo non lo biasimai affatto.

Dopotutto, ero sempre il gatto della Juunishi. 

Il suo stupido neko.

Ma sarei morto piuttosto che lasciare se ne accorgesse.

Al contrario di quanto avevo pensato fino a poco tempo prima, mi accorsi in quell'istante d'aver bisogno di una lite. Avevo un estremo bisogno di scatenare una battaglia al limite della decenza con lui, di lasciar esplodere quell'energia e consumare l'intensa sensazione di vendetta che pungeva i miei nervi, scuotendoli come piante in una tempesta. Mi sentivo come una pentola d'acqua bollente sul fuoco acceso. Se non fossi evaporato, cosa altamente improbabile, in una ventina di secondi, probabilmente avrei scannato Yuki. E per quanto mi dolesse ammetterlo, sapevo che sarebbe stata una realtà che avrebbe ferito solo me, ribaltandosi contro chi l'aveva scatenata due volte più potente.

-Perchè diavolo sei venuto con me oggi?- scattai. In realtà, il tono di voce che avevo progettato di usare era di gran lunga meno seccato e indisposto di quello che poi effettivamente m'era uscito, ma era una condizione talmente normale del mio 'parlare con Yuki', che quasi non ci feci caso. 

Non ero in grado di reggere uno dei nostri scontri, comunque. Al di là della mia inferiorità fisica, quasi nulla, ma decisamente marcata, la pioggia mi stava progressivamente indebolendo; riuscivo a sentirlo, ogni oncia del mio essere non faceva che gridare l'imminente sconfitta, ma lo ignorai. Per una volta, era come se non fosse poi così importante vincere. O almeno, lo era quanto sempre, ma possedevo la quieta certezza non avrei ottenuto la vittoria, e tuttavia non mi importava. Avevo bisogno di vedere il suo viso sfondato a forza di calci.

-E' solo una coincidenza, non ti preoccupare. Farò attenzione perché non accada ancora.- replicò, il tono laconico e freddo di sempre.

Stavo per rispondere, quando il cielo ci battezzò con una secchiata d'acqua memorabile. Le nubi, nere e minacciose, erano esattamente sopra di noi, ed in meno di un istante né io né Yuki avevamo addosso un solo filo di tessuto asciutto. Eravamo talmente fradici, che potevo sentire distintamente i miei piedi galleggiare nelle scarpe.

Cominciammo a correre, ed io benedissi il cielo perché fortunatamente la distanza era ancora breve, per quanto sembrasse interminabile. Quando arrivammo in giardino, sferrai il primo pugno, folle di rabbia. Tra di noi, non era mai stato necessario un pretesto per combattere. Bastava cominciare.

Yuki lo incassò senza lasciarsi sfuggire un gemito, ed il colpo lo sbatté a terra con una violenza insospettabile, persino per me. Si rialzò con attenzione, pulendosi con il dorso della mano il rivolo di sangue che gli colava dal mento. Rimasi a guardarlo mentre i suoi occhi si stringevano in due fessure, e mi sentii finalmente soddisfatto. Ci voleva poco per suscitare la sua vendetta, e non avevo dubitato del successo del mio gesto sin da quando avevo iniziato a pensarci.

Mi si scagliò addosso con la velocità incredibile di sempre, mirando un pugno direttamente in mezzo agli occhi, ma sorprendentemente lo evitai. Non ero preparato a schivare i suoi colpi, ma a pararli, e questo mi fece scorrere un brivido di pura adrenalina lungo la spina dorsale. Lui stesso sembrava scosso dal fatto non riuscisse a toccarmi, e questo infuse maggior carica ai suoi attacchi, più precisione, più rapidità. Osservai con una certa, amara invidia come la sua rabbia gli imponesse il miglioramento, piuttosto che la scoordinazione, come spesso mi era capitato; l'ira solitamente mi ottenebrava i sensi, impedendomi di sfruttarla per affinare i miei colpi, ed il fatto lui riuscisse a rimanere impassibile anche dopo tanti attacchi a vuoto mi riempiva di stupore.

Non era che un'ulteriore dimostrazione fosse più allenato di me. Migliore, di me.

Quel giorno, comunque, non riusciva a toccarmi. Lo lasciai provare per una manciata di minuti, poi ricambiai con un calcio ben mirato in un fianco, e lo vidi collassare a terra con un gemito soffocato.

Mi sentivo come se avessi potuto esplodere di soddisfazione. Quell'energia era meravigliosa!

E tuttavia, in qualche oscuro recesso della mia mente cominciai a indietreggiare. Di nuovo, quell'orrenda, incomprensibile sensazione cominciò a farsi strada dentro di me, facendomi vacillare. La mia testa era pesante, le mie membra gelide ed immobili come granito. Paralizzato e nel panico più totale, avvertii nitidamente il terrore notturno, i pensieri più remoti e lo stress delle ultime settimane caracollarmi contro come un macigno.

Yuki si alzò lentamente, il suo corpo scosso dallo shock e dalla frustrazione, e tuttavia il volto impassibile come quello di una statua di marmo.

Mi mancava il respiro.

Annaspai per aria, ma Yuki era già penetrato all'interno della mia guardia. Cercai di scansarlo, ma vedevo doppio e molto sfocato, così lo mancai di quasi mezzo metro; con un ultimo attacco, Yuki mi colpì direttamente nello stomaco, mandandomi a terra.

Percepivo vagamente la pioggia ed il fango sotto di me, penetrare nei vestiti ed infradiciare la pelle, ma molto più vivo era il dolore. Era acuto, violento e pulsante, e mi sentivo a pezzi, completamente polverizzato. Non riuscivo nemmeno ad alzarmi. Non riuscivo a respirare.

Dentro di me si agitavano contrastanti il sollievo per l'impiego di quell'energia e l'umiliazione amara dell'ennesima sconfitta. Strinsi i pugni, concentrandomi sui muscoli delle braccia perché mi sostenessero mentre mi sollevavo da terra, ed inghiottii i singhiozzi di disperazione frustrata che erano saliti alle mie labbra, stringendo le palpebre per chiarire la mia visione da pioggia e lacrime, e sollevai lo sguardo, imprimendo nella mente il sogghigno soddisfatto sul volto di Yuki. Un volto che amavo, e che odiavo, perché dispensava solo vergogna ed oltraggio.

-Hai perso ancora, baka neko.- scoccò sprezzante, calcando sull'insulto.

Lo vidi rientrare in casa senza schiudere le labbra, issandomi in piedi e tremando visibilmente dallo sforzo. Riuscii barcollando a giungere allo stipite, poi sentii le gambe cedere e mi ritrovai sul pavimento, mugugnando un lamento di dolore all'impatto con il pavimento.

Avvertii il grido spaventato di Tohru, la fretta nei suoi passi, e la carezza gentile sul mio capo, prima di chiudere gli occhi e cedere del tutto, percependo la mia coscienza scivolare, e precipitando nel buio dei miei incubi.

 

TBC...

 

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