Disclaimer: ogni personaggio qui trattato o menzionato è proprietà esclusiva dell'autrice, Yoko Matsushita. Nessuna violazione del copyright è pertanto intesa. Questa fanfictions non è stata scritta a fini lucrativi, ma con l'unico scopo di dilettare gli utenti. Spero che sia apprezzata, ed il frutto del mio lavoro rispettato.

The long home

by Dorian Gray -Translated by Kyio

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Man goeth to his long home, and the mourners go about the streets.

-- Ecclesiastes 12:5

 

Suppongo ci siano stati un migliaio di cambiamenti nel quarto anno in cui lavorammo insieme, ma quello che ora si discosta più chiaramente dagli altri è stata la prima volta che Hisoka venne a trovarmi. Era una domenica pomeriggio.

Ovviamente, non sapevo perché Hisoka fosse passato, ma ad essere onesti allora non ci pensai. Tutto quello che notai era che non aveva niente a che fare il lavoro, e questo sembrò abbastanza per me. Riesco a ricordare di essere stato contento che mi avesse cercato, felice per la sua compagnia, quasi orgoglioso, stupidamente; come se da lui avessi guadagnato qualcosa.

All'inizio stava in silenzio, seduto sulla panchina sbiadita accanto allo steccato, la giacca di jeans legata in vita. Io semplicemente dicevo qualunque cosa mi venisse in mente, mentre continuava a spostare braccia e gambe come se non sapesse dove metterle. Stavo ripiantando alcune giovani pervinche, spiegandogli che "pervinca" significa "cose che non puoi lasciarti alle spalle" parlando di quanto strano fosse per i fiori avere significati precisi, e chiedendomi al contempo chi li avesse decisi e perché. Non pensavo che Hisoka stesse veramente attento a quello che dicevo, ma non mi dispiaceva. Si era finalmente sistemato, con il mento appoggiato ad un ginocchio piegato, lo sguardo assorto ma rivolto lontano. Mentre gli lanciavo un'occhiata, ricordo che una brezza debole mi oltrepassò. Lasciai perdere le pervinche e cominciai a seminare dei papaveri, sparpagliando i semini neri.

Perciò, trasalii quando d'un tratto iniziò a parlare di suo padre. "Una volta," mi disse, "mi fece vedere la mia tomba.."

Questo era Hisoka-- certo sembrava un pò strano, ma non avevo intenzione di lamentarmi. Aveva piegato anche l'altra gamba, raccogliendole tra le braccia. Le sue parole erano veloci, con una sorta di ansia completamente all'opposto con il modo in cui si tratteneva, e quando continuò, raccontando di come il padre lo avesse spinto a terra, vicino alla lapide e lo avesse lasciato lì, percepii la mia vecchia rabbia rafforzarsi alla crudeltà di quell'uomo, all'ingiustizia--

Ma mi dissi che la mia ira era in realtà tristezza, e la spinsi via. Hisoka aveva già abbastanza astio dentro di sé-- non aveva bisogno del mio.

Poi, all'improvviso come aveva iniziato, ritornò in silenzio. Non mi guardava ed avevo paura che scappasse, così ricordo di aver divagato riguardo alle piante e al significato dei fiori fino a quando il suo corpo si rilassò, e alzò gli occhi al cielo quando gli dissi quanto fosse importante non mescolare i colori: papaveri rossi erano per il conforto, i bianchi per l'oblio, ma non si potevano individuare dai semi.

Allora, pensai non si sarebbe ripetuto. Mi chiesi per un pò la ragione per la quale Hisoka si era fermato al mio appartamento per parlare della sua infanzia, ma non gli chiesi nulla perché ero piuttosto sicuro che fosse il modo migliore per garantire che non accadesse ancora. Non me ne dimenticai, ma dopo un pò quel ricordo non mi venne in mente, a meno che mi capitasse di notare la vecchia panchina mentre ero fuori a potare e piantare in un pomeriggio di sole. Quindi, quando Hisoka si fece vedere un anno dopo, non riconobbi il giorno come una qualunque sorta di anniversario, solo guardando indietro...

Naturalmente, la situazione non era esattamente la stessa, anche se si trattava di uno di quei cambiamenti che danno i brividi, e che non possono essere visti chiaramente se non a distanza di tempo. Infatti non era così insolito per lui passare da me -- continuava a piacergli la sua tranquillità e la sua privacy-- ma ogni tanto veniva a trovarmi, a volte con il libro che leggeva in quel periodo, a volte solo.

A dire la verità, le uniche cose strane erano che era tardi -- quasi mezzanotte-- e pioveva spaventosamente, che in sé era di solito abbastanza perché Hisoka rimanesse in casa; il genere di notte che faceva sembrare le stanze piccole e separate dal resto del mondo, come scatole di luce ammassate insieme e circondate da tenebre. Ricordo come le gocce d'acqua pendessero dai suoi capelli mentre stava sulla soglia; il suo essere fradicio senza che se ne curasse.

Non si era tolto il cappotto, ma girovagava nella stanza con le mani in tasca. Andai a fare del tè, parlando tutto il tempo perché non ero sicuro di cosa dire. Non venne in cucina, e quando gli lanciai un'occhiata di soppiatto da un angolo era presso la finestra che dava sul giardino, appoggiandosi al telaio, le braccia incrociate mentre guardava cupamente la tempesta.

Mentre cercavo nella credenza per una seconda tazza pulita, quasi non mi accorsi di quando cominciò a parlare.

"Una volta," disse, quieto in contrasto al rumore della pioggia, "mio padre mi disse che il mio kendo era superiore alla media..."

Smisi di apparecchiare per il tè e aspettai presso la soglia della cucina per ascoltarlo. Sembrava che stesse cercando di riunire insieme ogni piccolo gesto di considerazione da parte di suo padre che riusciva a ricordare. Non si era voltato -- continuava a guardare fuori, nell'oscurità-- ma la sua voce era calma, come fosse stata un'eco, e le sue parole venissero da un luogo lontano.

Senza rendersene conto, ripeté quel complimento senza importanza sul suo kendo, e non potei fermare un moto di collera e comprensione. Le sue storie erano racchiuse una in un'altra e presto si quietarono in un silenzio che scorse tra di noi e riempì la stanza. Mi stavo ancora chiedendo se avrei dovuto dire qualcosa, quando lentamente allentò le braccia e ne allungò uno come se potesse toccare qualcosa oltre il vetro. Ancora adesso non so come, ma percepii il suo sguardo spostarsi al mio riflesso nella finestra e per un lungo lasso di tempo non sentii nemmeno la pioggia.

Penso che sia stato lui a distogliere prima gli occhi, ma mi chiedo a volte se non fossi stato io. Alla fine, trovai un'altra tazza e continuai a fare storie per il suo essere freddo e bagnato fino a quando non si addormentò. Quella fu la prima volta che dormì da me.

Non fu fino a quando si fece vedere alla mia porta l'anno dopo, che cominciai a capire che quel giorno significava qualcosa. Un bussare penetrante mi svegliò fin troppo presto. Quasi non mi disturbai a rispondere, se non che Hisoka aveva un preciso modo di bussare, e di solito continuava a battere fino a quando rispondevo, specialmente se ero in ritardo per qualcosa di importante che avevo dimenticato.

Nell' aprire la porta se ne stava già andando, e questo catturò la mia attenzione; Hisoka non avrebbe mai cambiato idea se si fosse trattato di lavoro. Quando lo richiamai indietro, si voltò e borbottò che non era sicuro avessi sentito. Le sue dita giocherellavano nervosamente con il bordo delle sue maniche. Era passato un pò di tempo da che l'avevo visto così fragile e imbarazzato, e non riuscii ad impedirmi di sorridere, cosa che lo fece imbronciare. Una volta avrebbe dato in escandescenze, sbuffando e andandosene in tempo record, ma in quel momento scosse solo la testa, come se fosse stato irritato con sé stesso, e il sedicenne con cui avevo lavorato all'inizio svanì quando mi disse che c'era qualcosa che avrebbe voluto mostrarmi, e senza arrossire, mi chiese se sarei venuto.

Non mi accorsi che era ben vestito se non quando eravamo già in Chijou. Non avevo mai sospettato che Hisoka avrebbe voluto la mia compagnia per qualcosa di veramente privato, ma quando ci dirigemmo verso Kanagawa immaginai si trattasse di qualcosa che aveva a che fare con la sua famiglia. Era silenzioso, ma più riflessivo che teso, e io lo seguii soltanto, credendo che non volesse chiacchiere in sottofondo, o domande, e non sentendomi in grado di trovare qualcosa di meglio da dire. A dire la verità guardavo più lui che la direzione in cui andavamo, così non realizzai subito che stavamo salendo la grigia pendenza di un cimitero fino a quando si fermò davanti a una larga tomba di famiglia, adornata di garofani gialli, crisantemi rosati e alcune primule che sembrava fossero appassite tempo prima. Tutto ciò che era scritto sulla lapide era "Kurosaki".

Hisoka non iniziò a pregare o a fare offerte, rimase soltanto di fronte alla tomba, fissandola. La sua espressione era impassibile. Alla fine disse, "Mio padre è morto tre anni fa. Non sono mai venuto prima."

Le sue labbra si strinsero e lo vidi sforzarsi di mantenere il controllo. "Lo odio ancora".

Onestamente ero un pò scioccato dal vederlo aprirsi spontaneamente, dato che Hisoka continuava a mantenere quel genere di cose chiuse dentro di lui -- ma poi ricordai quelle strane conversazioni, fuori in giardino e durante il temporale.

Allora, non avevo capito. E forse continuavo a non capire, non veramente, perché quando mi avvicinai un pò più a lui mi aspettavo che mi si sottraesse.

Non sono mai stato sicuro di cosa dire a Hisoka, non quando era importante; di come dire qualcosa che non fosse vuoto, o che lo facesse sentire meglio, ma che non fosse una menzogna -- ma mi venne un'idea che sembrava buona.

Gli chiesi se gli avesse dato fastidio una mia preghiera. Si irrigidì, ma proprio quando pensavo di aver combinato un casino lo vidi rilassarsi, come se un nodo dentro di lui si fosse un pò allentato.

Riesco ancora a ricordare come fosse stato in disparte, la distanza tra di noi, il peso e l'intensità del suo sguardo, e di come silenziosamente pronunciava le parole che non riusciva a dire: "Possa essere libero dalla paura. Possa essere libero dalla sofferenza. Possa essere felice."

Non pregai solo per suo padre.

Aspettammo qualche minuto in silenzio di fronte alla tomba. Poi insieme scendemmo dalla collina.

 

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